Il brusio della piazza e la ricerca della socialità

Il brusio della piazza e la ricerca della socialità

Ci vediamo in piazza per l’aperitivo? Prendiamo un gelato in piazzetta così i bambini giocano? No, in questo momento non possiamo fare queste semplici azioni, siamo nella fase di distanziamento sociale e le piazze sono vuote.

Stanno trascorrendo una dopo l’altra queste settimane di quarantena e, con più o meno difficoltà, ci siamo abituati a gestire la quotidianità in un modo nuovo. In autonomia o seguendo qualche suggerimento online, la maggior parte di noi trova qualcosa da fare, per sentirsi bene e affrontare serenamente ogni giornata.

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Le relazioni sociali ci mancano, ma le manteniamo virtualmente. Forse adesso telefoniamo ad amici e parenti più spesso di prima. Siamo tutti isolati nelle nostre case, ma connessi al resto del mondo. Un mondo che appare sempre più piccolo, perché ogni sua parte è uguale all’altra. Tutti con le stesse difficoltà, tutti con le stesse speranze.

Vengono riscoperti alcuni valori come la solidarietà, il rispetto per le persone – o almeno per alcune figure professionali – e ci sentiamo un po’ meno individui e un po’ più parte di una collettività.

I divieti ci ricordano quanto possa essere bello passeggiare in libertà, uscire dalle nostre stanze per rinfrescare la mente, vedere altre persone, cercare dei segni di vitalità. Esistono degli elementi che collettivamente riconduciamo alla socialità e che ci suscitano delle emozioni positive? L’antropologia culturale indaga proprio ciò che ci rende tutti uguali facendoci sentire uniti, ma contemporaneamente tutti diversi e unici. Un concetto antropologico che a me sta molto a cuore e che, secondo me, si sta rafforzando nel nostro immaginario di individui parte di una collettività, è la percezione del paesaggio, ossia il territorio arricchito da segni culturali che portano dei significati collettivi e condivisi e che parlano della nostra identità. Un luogo diventa un paesaggio quando acquista senso, quando i suoi elementi suscitano nel tempo affetto.

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La piazza della nostra città – con il suo nome, i suoi palazzi, i monumenti, la fontana, i lampioni, le aiuole, i camminamenti, le panchine, il rapporto che noi abbiamo instaurato con questi singoli elementi, il ricordo dei nostri vissuti in quell’ambiente – è una rappresentazione della nostra società, un concentrato di noi. Ogni elemento è portatore di un significato, è frutto di un ragionamento, è un simbolo per cui noi proviamo affetto soprattutto a distanza di tempo. Prima di questa quarantena, lo stare in piazza era vissuto come se fosse solo un luogo. La ricerca di socialità invece mette in luce quanto la piazza sia un paesaggio. Osserviamole meglio le nostre piazze o gli altri spazi pubblici e, quando ne abbiamo occasione, immergiamoci nell’esperienza di esserci. Le piazze sono vuote ora, il loro brusio vitale è assente, ma i loro segni permangono. Tutto è immobile e silenzioso, solo le fontane continuano a gorgogliare evocando quel brusio. Stare vicino alla fontana della piazza in completa solitudine e solo per pochi minuti, ci permette di riconnetterci con la collettività e ci sottrae all’immobilità e al silenzio. Richiamando la natura, il movimento e lo scorrere dell’acqua ci ricordano il familiare brusio della piazza, ci restituiscono gli elementi della socialità che tanto ci mancano.

Oggi, più che in altri momenti della storia, stiamo alimentando il nostro bisogno di stare assieme e di identificarci come una società che sa unirsi e sopravvivere. E se non possiamo ancora incontrarci di persona, possiamo però vivere il paesaggio, leggere nei suoi segni la nostra identità e sentirci più uniti. Al momento giusto avremo una sensibilità maggiore e ci ritroveremo nei nostri luoghi/paesaggi e assieme faremo un gran bel brusio!

 

17/04/2020
Ilaria Targhetta,
International Relations and Export Officer

Redazione

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